lunedì 20 agosto 2012

Una luce in fondo al tunnel

- Vorrei chiedere una cosa a chi dice di vedere una luce in fondo al tunnel "Ma di quali sostanze fate uso?" E' solo una curiosità. Niente di personale  -


domenica 19 agosto 2012

Sempre a proposito di Economie senza mercato

 Sempre a proposito della questione relativa all'argomento Economie senza mercato vi possono essere aspetti correlati che presentano approcci interessanti da prendere in considerazione e che andrebbero ampiamente dibattuti. L'articolo che segue, tratto da Sotto le bandiere del marxismo può essere spunto di riflessione. 


Una Disneyland sociale nell’oceano capitalista


I comunisti usano eccessivamente l’espressione “piccolo borghese”, è vero,  ma, nel caso dell’articolo di Pallante e Bertaglio,(1) non si possono adoperare altri termini: “La saldatura tra i piccoli contadini, i commercianti al minuto, le piccole e medie aziende, gli artigiani e i professionisti radicati nel territorio in cui vivono, con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, può avvenire emarginandosi dalla globalizzazione e rivalutando le economie locali…”

Questa autoemarginazione dovrebbe rendere possibile l’abbandono dell’agricoltura chimica, l’accorciamento delle filiere “la massima autonomia nella produzione alimentare, in quella energetica e nelle produzioni necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali: edilizia, abbigliamento, arredamento, utensileria, attività artigianali, riparazioni e manutenzioni.”

“In un’economia globalizzata le piccole e medie aziende possono trovare spazio solo nella produzione di semilavorati e componenti per le aziende che operano sul mercato mondiale (l’indotto) o nella produzione di prodotti finiti per conto di grandi marchi che operano sul mercato mondiale (contoterziste). Solo liberandosi dai vincoli della globalizzazione e producendo per il mercato locale in cui sono inserite, solo offrendo prodotti finali ad acquirenti del territorio in cui operano, queste aziende possono valorizzare la ricchezza della loro professionalità, della loro creatività e della loro esperienza.”

Si tratterebbe, dunque, di isolarsi dal contesto capitalistico, formando piccole comunità di produttori e professionisti autosufficienti. In altre parole, una sorta di comune dotato delle tecniche più moderne. Ma i comuni medievali dovevano difendere con una selva di norme corporative e con le armi il loro mercato locale, e l’isolamento venne  intaccato  dalle monarchie e spazzato via definitivamente dalle rivoluzioni borghesi. Come potrebbero queste comunità, salvarsi dalla concorrenza internazionale ?

L’articolo si fonda sul presupposto infondato che le comunità locali possano decidere per conto proprio, come se non ci fosse uno stato iperburocratizzato che s’impadronisce di più del 50% dei proventi dell’economia legale, che tollera l’espansione del lavoro nero e tratta con la malavita organizzata, partecipa con la Nato, un’alleanza di briganti imperialisti,  al bombardamento di altri paesi, dalla Jugoslavia all’Afganistan alla Libia. Come può convivere una piccola comunità autonoma con un tale predone ?

Il capitalismo occidentale mobilita mercenari, tagliagole e fanatici per conquistare nuovi mercati, e per sottrarre agli avversari il controllo delle vie del petrolio e del gas, impiegando droni, bombardieri, missili  all’uranio impoverito, le forme più evolute di monitoraggio satellitare, mobilitando le sue centrali spionistiche e i media. Per quale ragione questo capitalismo gangster dovrebbe lasciarsi sottrarre vaste zone permettendo la rinascita di mercati locali protetti? Al massimo, potrebbe tollerare in una piccola valle un esperimento del genere, ma lo trasformerebbe in una curiosità, una sorta di Disneyland sociale, e organizzerebbe l’afflusso dei turisti. Certi esperimenti sono ammessi solo se isolati. Il parco di Yellowstone, ad esempio, vuol dare a chi la visita o  ne vede i filmati, l’idea di un’America che protegge gli animali e i boschi. In realtà serve a celare, dietro a un’immagine idilliaca, un regime spietato che distrugge  natura ed esseri umani, non solo in casa propria, ma anche nel resto del mondo con le guerre.

Si pensa che la tecnica, di per sé, possa risolvere tutti i problemi. Le energie rinnovabili ? Dopo la fase sperimentali, i grandi paesi si sono gettati in questa produzione, e la Cina sta vincendo la concorrenza, persino industrie tedesche hanno dovuto abbandonare il campo, altro che piccola produzione locale. I carburanti di origine vegetale, entrati nella fase industriale, richiedendo grandi quantità di mais, hanno affamato intere popolazioni. Le tecniche nuove sono armi a doppio taglio, tutto dipende dall’uso sociale che se ne fa. Una nuova macchina, se usata capitalisticamente, getta nella strada migliaia di operai, se usata socialmente può ridurre l’orario di lavoro e la fatica di chi lavora. L’energia solare, eolica, geotermica non sfuggono a questa regola.

Le nuove tecniche, più sono evolute, più indeboliscono i settori sociali al tramonto. Le classi sociali fondamentali nel capitalismo sono tre: imprenditori (dell’industria, dell’agricoltura, del commercio…), proprietari terrieri e proletari. Più il capitale si sviluppa, più la piccola borghesia classica, residuo storico di sistemi produttivi precedenti, è in pericolo. E’ vero che si forma un altro settore di piccola borghesia strettamente dipendente dal capitale (benzinai, negozi in leasing, autoriparazioni…), ma cresce assai più rapidamente  il numero dei parassiti, faccendieri, speculatori, malavitosi, ecc.

La piccola borghesia ha sempre visto il comunista come il pericolo, il fanatico che le voleva portare via il negozietto, il campicello. L’espropriatore è invece il capitale, tramite la concorrenza, e con la catena dei debiti. Molti negozi già ora sono puri concessionari di grandi imprese, e molte terre di piccoli contadini sono in realtà delle banche, che detengono le ipoteche. Chi finora è riuscito a salvarsi non ci riuscirà in futuro, perché la crisi rende più aggressivi i grandi capitali che, non potendo aumentare i guadagni con l’industria, si dedicano alla rapina legalizzata, impadronendosi con mille trucchi, pressioni e minacce, dei beni delle piccole e medie imprese. Si aggiunga lo stato, che drena masse enormi di denaro dalle classi sociali più deboli per darle alle banche o alle grandi imprese.

Quindi, la piccola borghesia, lungi dal baloccarsi col sogno di un piccolo mondo socialmente antico, sia pur tecnologicamente al passo, deve rendersi conto che propria caduta nel proletariato è imminente. Un tempo, un negoziante, facendo studiare i figli, poteva sperare di dare loro un posto sicuro e ben rimunerato. Oggi, laureati in materie scientifiche, ricercatori chimici e fisici, impegnati in importanti ricerche, sono condannati al precariato e a stipendi che non superano di molto quelli di un manovale. Qualche individuo può sfuggire alla proletarizzazione, non la massa.

Non siamo condannati per l’eternità all’inferno capitalistico, con le sue guerre economiche e finanziarie - non meno terribili di quelle condotte con armi vere e proprie. Ma la soluzione non può essere locale e localistica. Bossi si è inventato un paese di pura fantasia, la Padania, e molti gli hanno creduto. Ha ancora meno senso immaginare una piccola Yellowstone sociale, al riparo dalle tragedie del capitalismo.

Il legame tra chi lavora e gli strumenti di lavoro, che esisteva nell’artigianato e nella piccola agricoltura, è stato infranto dal capitale, che li ha espropriati, ma nello stesso tempo ha reso sociale la produzione. Occorre espropriare gli espropriatori, ma tornare alla piccola proprietà, anche se fosse possibile su vasta scala, non impedirebbe la rinascita del capitalismo in breve tempo. Bisogna socializzare i mezzi di produzione, perché il ricongiungimento tra lavoratori e strumenti di lavoro è possibile solo in forma collettiva, salvaguardando la produzione di massa, non più finalizzata al profitto, ma alle esigenze della popolazione.

Se i lavoratori, la stragrande maggioranza dell’umanità, riusciranno a conquistare il potere – con la rivoluzione, non con le chiacchiere elettorali - allora, al posto dell’uso capitalistico delle macchine subentrerà l’uso sociale, la riduzione dell’orario di lavoro di oltre la metà assorbirà la disoccupazione. Venendo meno le esigenze del profitto, sparirà la speculazione edilizia, la produzione di merci inutili e dannose, la pubblicità frastornante.  Con  le tecniche americane di demolizione degli edifici, una volta data un’abitazione a tutti, si potranno distruggere gli immobili superflui e riconquistare vaste zone all’orticultura, alle serre, alla vita sociale.

I socialdemocratici di un tempo, i Treves e i Turati, erano d’accordo su questi punti, ma s’illudevano che fosse possibile giungervi per via pacifica, parlamentare. I comunisti dissero che quella via era diventata impossibile per la crescita della burocrazia e del militarismo, e che occorreva abbattere l’imperialismo. Il capitalismo non avrà un tacito tramonto, ma con le sue guerre e le sue crisi metterà in pericolo l’intera umanità, se la classe operaia e le classi sfruttate non sorgeranno per schiacciarlo definitivamente.

Michele Basso

10 agosto 2012

giovedì 9 agosto 2012

Parole chiare.




Parole chiare

Il governo dei “tecnici” non smette di sfornare capolavori. Ha esordito portando l’età lavorativa alle soglie della vecchiaia. Questo significherà, tra le altre cose, esporre una quota maggiore di lavoratori ai rischi e alle malattie professionali. La famosa “speranza di vita”, fra qualche anno, farà una brusca inversione a “U”. Naturalmente, anche il peggioramento generale delle condizioni dei ceti popolari contribuirà a questo risultato se, come ormai ci dicono le statistiche ufficiali, sempre più gente rinuncia a farsi curare perché non è più nelle condizioni di sostenere le spese mediche. La modifica dell’articolo 18, cioè la via libera ai licenziamenti facili, non farà che aggravare il quadro generale della condizione operaia.

Passata dunque, senza resistenze apprezzabili, la “Riforma del lavoro”, le attenzioni del governo si rivolgono ora alla spesa pubblica e al pubblico impiego. Si parla dei dipendenti dello stato e degli enti locali come di oziosi privilegiati. “Bisogna poterli licenziare!” , si grida da tutte le parti. L’obiettivo del governo è chiaro: ridurre del 10% la massa dei dipendenti nell’ambito di una spending review che andrà a indebolire ulteriormente il sistema sanitario e gli altri servizi alla popolazione. Perché mentre si può rimettere in discussione ogni norma, se questa tutela gli interessi della gente comune, non si può certo mettere in discussione, tanto per fare un esempio, il servizio del debito, ovvero quei settanta o ottanta miliardi che il Tesoro paga mediamente ogni anno ai detentori dei titoli pubblici, in grandissima parte banche, fondazioni e gruppi finanziari. Secondo Monti e secondo i suoi sostenitori, I lavoratori, pubblici e privati, dovrebbero capire. Dovrebbero tacere ed adeguarsi. Che cosa sono le loro pretese di una vita decente, di un lavoro sicuro e di un salario dignitoso, di fronte ai mercati, di fronte alle leggi dell’economia? Dovrebbero rimettersi fiduciosi alla politica economica di quel manipolo di milionari, banchieri, avvocati e ragionieri arricchiti, che siede al governo. Ora si stringe la cinghia, ci dicono, ma poi arriverà la crescita.

Intanto però loro la cinghia non la stringono e l’unica cosa che cresce è la disoccupazione. E come potrebbe essere altrimenti? In ogni azienda, in ogni amministrazione, nel pubblico come nel privato, la parola d’ordine è alleggerirsi . Diminuire il numero dei dipendenti è diventato sinonimo di efficienza economica. I sindacati che cosa fanno? Stanno pensando allo sciopero generale. Proprio così: “stanno pensando”. In pochi mesi, da quando si è insediato, il governo “tecnico” ha fatto a brandelli i pochi diritti fondamentali rimasti ai lavoratori e loro… stanno pensando! Eppure sono maturi i tempi per una risposta generale. Non parliamo di uno sciopero ogni tanto o di una manifestazione a Roma una volta l’anno. Parliamo di un piano di lotte che coinvolga tutto il mondo del lavoro su una piattaforma che ne rappresenti gli interessi complessivi. Un salario minimo vitale garantito a tutti e protetto dagli aumenti dei prezzi, una spartizione del monte ore lavorativo fra occupati e disoccupati senza decurtazione della paga, la proibizione dei licenziamenti. Sono questi i provvedimenti di cui tutta la classe lavoratrice avrebbe immediato bisogno per mantenere un livello accettabile di civiltà, nel pieno di una crisi che il centro studi della Confindustria ha paragonato, per i suoi effetti economici e sociali, a una guerra.

Una mobilitazione generale del mondo del lavoro è certamente qualche cosa di grande e di difficile da realizzarsi. Senza dubbio però è anche il solo presupposto perché milioni di persone non cadano nella miseria e altrettante ci si avvicinino. Per tutto c’è un inizio. Per ogni grande impresa c’è un primo piccolo passo. Oggi il primo passo è mettere insieme i lavoratori che non vogliono continuare a subire senza reagire, quelli che non sono rassegnati, quelli che non dicono “non possiamo farci niente”.

Di che cosa si tratta in pratica? Di passare dalle discussioni casuali davanti alla macchinetta del caffè, alla mensa aziendale, nello spogliatoio, all’inizio di un’attività cosciente e organizzata di agitazione e denuncia sistematica. Anche pochi lavoratori possono rappresentare una forza se ben organizzati. Certo, non possono promuovere da soli uno sciopero generale, ma possono iniziare a combattere quella passività, quell’apatia, quella sfiducia nelle proprie forze che così spesso paralizzano la classe lavoratrice. Per il fatto stesso di esercitare questo tipo di attività, in una fabbrica o in un quartiere, tre o quattro lavoratori rappresenteranno già un inizio promettente, contribuiranno ad alzare il morale dei loro compagni, toglieranno terreno alla rassegnazione, dimostrando nei fatti che si può reagire, intanto facendo intendere la propria voce, con volantini, con riunioni, con bollettini periodici, con piccole manifestazioni. Non è più l’ora della rassegnazione. È l’ora dell’impegno in prima persona e dell’iniziativa perché nessuno toglierà le castagne dal fuoco ai lavoratori se non lo faranno loro stessi.

mercoledì 8 agosto 2012

Essere comunisti...più o meno.


Non condivido le tesi sostenute da Alberto Burgio che sembra esprimere esattamente quel "essere comunisti" rappresentato da essere comunisti.
O meglio: non ne condivido l'orientamento. Le tesi in sé non sarebbero del tutto inaccettabili. Sono dotate di ponderazione, logica e assennatezza, e come potrebbero non esserlo.

Contengono criteri e prospettive condivise da prestigiosi teorici e studiosi, quelli appunto citati da Alberto Burgio. Tutti nomi di cui spesso ci si ritrova a leggere anche con profonda soddisfazione sia in articoli che saggi accademici.
Le analisi proposte, dunque, da questa intellighenzia sono il più delle volte appropriate e illuminanti.
Pare assennato, ad esempio, rivendicare riduzioni dell'orario di lavoro e imporre prelievi fiscali a chi si è già appropriato di quote di ricchezza che gli consentono di viviere (a loro, si) al di sopra delle possibilità.
Non bisogna dimenticare in tutto questo marasma che tra i debiti che vorrebbero far pagare ai lavoratori sono conteggiati finanziamenti concessi a chi ha preso soldi  dalle banche in sfacelo che ora chiedono soldi allo stato borghese, perché evidentemente ne hanno concessi sin troppi.
La questione risiede, invece, non nel risanare questo sistema in disfacimento, ma nel trasformarlo radicalmente. Le soluzioni sono ottime per chi questo sistema vuol tenerselo più o meno così com'è, tutto qui.
E, magari, sarà uno slogan pure un po' equivoco, come sotiene qualcuno, ma vorrei riproporre qui una famosissima citazione marxiana: i filosofi hanno descritto il mondo ora si tratta di cambiarlo.

L'articolo è presente su Internet in vari siti, uno dei tanti è quello citato nel cappello introduttivo

L’oscuramento

di Alberto Burgio


Immaginiamo che al tempo della disputa tra geocentrici ed eliocentrici esistesse già un sistema dell’informazione simile all’attuale (televisioni, quotidiani e rotocalchi). E supponiamo che dalla vittoria degli uni o degli altri dipendessero le condizioni di vita della gente che da quelle televisioni e da quei giornali veniva informata. Come giudicheremmo, in questa ipotesi, una informazione che avesse sistematicamente nascosto la disputa e, per esempio, rappresentato la realtà sempre e soltanto sulla base della teoria geocentrica? Di questo, a mio modo di vedere, si tratta nella lettera sul “Furto d’informazione” che abbiamo inviato a molte agenzie di stampa e ad alcuni giornali nei giorni scorsi e che il manifesto (soltanto il manifesto) ha pubblicato integralmente in prima pagina. Il tema della nostra denuncia è l’«ordine del discorso pubblico» sulla crisi. Un tema concretissimo e materiale, produttivo di fatti altrettanto concreti, che recano nomi illustri: senso comune, ideologia, consenso.

Naturalmente la crisi è fatta di dinamiche economico-finanziarie, alla base delle quali operano, sul piano nazionale e «globale», determinati assetti di potere e una determinata struttura dei processi di produzione e circolazione. Su questo terreno si sono verificate, a partire dal 2007, le vicende che hanno innescato la tempesta finanziaria. Ma la questione che subito si pone – basta un attimo per comprenderlo – è che qualunque cosa si dica a questo riguardo è frutto di interpretazioni. Soltanto persone faziose, intolleranti come Giuliano Ferrara possono pretendere che un’opinione (la loro) sia «oggettiva» e inoppugnabile. Chiunque altro converrà che ogni narrazione implica assunzioni teoriche, ipotesi e, appunto, interpretazioni.

Nel caso della crisi, semplificando al massimo, si fronteggiano due schemi interpretativi. Il primo, mainstream e prevalente sul piano politico, riconduce la crisi a due cause: la crisi fiscale (dovuta a un eccesso di spesa pubblica – i cosiddetti sprechi – in materia di welfare e di pubblico impiego) e la sproporzione tra retribuzioni e produttività del lavoro. Da qui fa discendere, a catena, la crisi dei debiti sovrani, i severi verdetti delle agenzie di rating e le decisioni dei mercati finanziari. Dopodiché la terapia è scontata: essa impone una «rigorosa» politica di tagli (santificata nel fiscal compact), licenziamenti e blocco delle assunzioni, deflazione salariale, privatizzazioni e alienazione del patrimonio pubblico, riduzione delle tutele e dei diritti del lavoro dipendente. L’idea-base di questa visione (coerente col discorso sulle «compatibilità» che da venticinque anni fa proseliti anche a sinistra) è che da mezzo secolo viviamo (più precisamente: la massa dei lavoratori dipendenti vive) «al di sopra delle nostre possibilità». La speranza che la informa è che il «risanamento» della finanza pubblica «rassicuri» i mercati e plachi la fame degli speculatori. O meglio: che questi scelgano altri obiettivi, posto che speculare è la loro ragion d’essere.

L’altra interpretazione della crisi, familiare ai lettori di questo giornale, rovescia la prospettiva. Sostiene che la crisi sia figlia dell’assenza di regole al movimento del capitale industriale (delocalizzazioni) e finanziario (speculazione), della povertà dei corpi sociali (provocata proprio dalle «terapie» propugnate dalla prima ipotesi) e della socializzazione delle perdite dei privati (a cominciare dalle banche, alle quali gli Stati hanno regalato migliaia di miliardi di euro, 4600 nella sola eurozona). Afferma che, lungi dall’essere giudici imparziali, le agenzie di rating lavorano per la privatizzazione delle democrazie (in quanto i governi obbediscono alle loro decisioni), oltre a spianare la strada alla speculazione. Ritiene che le politiche adottate dai governi servano soltanto a drenare enormi ricchezze verso le oligarchie finanziarie.

E suggerisce misure di tutt’altro segno: regolazione dei mercati (non c’è bisogno di essere in tutto d’accordo con Lenin per avere una buona opinione degli accordi di Bretton Woods); una riforma della Bce che ne faccia una vera banca centrale (come la Fed e la Bank of England, che dal 2008 acquistano massicciamente i rispettivi titoli di Stato); incremento dell’occupazione (a cominciare dal settore ambientale, dal welfare e dalla formazione) e riduzione dell’orario di lavoro per accrescere la domanda aggregata; equità fiscale (anche per mezzo di prelievi strutturali su patrimoni e rendite); drastica riduzione della spesa militare. Sottesa a questa prospettiva è la tesi enunciata di recente da Amartya Sen, secondo il quale questa crisi non è il sintomo del fallimento degli Stati, bensì l’effetto del fallimento del mercato, che gli Stati hanno provveduto a salvare. Quanto alle proposte (da tempo avanzate da autorevoli studiosi, tra cui Luciano Gallino, Giorgio Lunghini e Guido Rossi), esse dimostrano come la stucchevole litania che ne lamenta l’assenza rientri nella sistematica disinformazione che abbiamo denunciato. Ora, poniamo che questa pedestre sintesi sia accettabile: che cosa ne discende riguardo alle questioni poste dalla nostra lettera? Una conseguenza molto semplice che, come ha osservato Carlo Freccero, chiama in causa direttamente i compiti dell’informazione e, indirettamente, la qualità della nostra democrazia e le relazioni pericolose tra potere economico e potere politico al tempo della «neoliberismo globalizzato». Se è vero che esistono due letture della crisi, di entrambe queste letture la stampa ha il dovere di tenere conto. Questo dovere incombe in primo luogo sul servizio pubblico (in Italia, la Rai) e sulle maggiori testate indipendenti, sempre che esse intendano assolvere una funzione nazionale e non operare come partiti politici. Tenere conto della presenza di due posizioni contrapposte significa, in questo caso, non presentare quelle dei governi europei e delle istituzioni comunitarie come risposte obbligate, bensì, se non altro, spiegare che si tratta di scelte coerenti con una di queste posizioni, e da essa imposte. Quando un governo decide di tagliare ancora le pensioni, di cancellare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, di «rivedere la spesa» riducendo posti di lavoro e servizi, di aumentare la pressione fiscale sul lavoro dipendente e di alienare il patrimonio pubblico, la stampa libera di un paese democratico ha il preciso dovere di spiegare al pubblico dei non addetti ai lavori che ciò non avviene perché «c’è la crisi», ma perché questo governo considera indiscutibile la sovranità dei mercati e ritiene giusto subordinarle ogni altro interesse.

Dopodiché tutto il dibattito su chi è tecnico e chi politico andrebbe, come merita, dritto in archivio. Ognuno vede che – fatte pochissime eccezioni – l’informazione non assolve questo dovere, che probabilmente nemmeno riconosce. La nostra lettera ha denunciato tale stato di cose, sottolineandone la rilevanza sul terreno democratico. E proprio perché siamo convinti del nesso che lega informazione e democrazia, abbiamo chiamato in causa anche le massime autorità dello Stato, che a nostro giudizio rischiano di venir meno all’obbligo di imparzialità nella misura in cui offrono il proprio incondizionato sostegno alle scelte politiche del governo, sposandone, per ciò stesso, le legittime ma discutibili opzioni teoriche. Siamo ingenui? Ignoriamo che tutto ciò non avviene per caso? È probabile che ogni denuncia sconti un po’ d’ingenuità, ma saremmo imperdonabili qualora ritenessimo che un appello all’onestà intellettuale possa risolvere ogni problema. Vi è tuttavia un eccesso di realismo in chi ritiene inevitabile che la stampa («l’avversario») sia reticente o faziosa. Non è scritto che il servizio pubblico debba condurre battaglie di parte, e comunque non è accettabile e va denunciato. Altrimenti perché indignarsi per le censure e la disinformazione che spesso, a ragione, gli imputiamo? E perché cercare di impedirle? Quanto alla stampa indipendente, anch’essa ha qualche problema di legittimazione, e non potrebbe rivendicare apertamente il diritto di nascondere ai propri lettori una parte significativa della verità. Tra l’ingenuità e un iperrealismo che rischia di regalare alibi alla disinformazione, preferiamo credere che il confronto delle idee comporti una sfida impegnativa per tutti. Non per caso il silenzio (quello di chi semplicemente preferisce ignorare tutta questa discussione) resta la via più comoda, anche se di certo non la più nobile.

mercoledì 25 luglio 2012

Quiproquo

Nel sito consigliato a fianco La Contraddizione al link Quiproquo è presente un interessantissimo "libello virtuale" (come viene definito nella stessa presentazione) che ha la veste di una piccola enciclopedia contenente svariate decine di voci (160 con diverse varianti).

Il lemma proposto è una variante della voce Valori.
Tutti i corsivi e i simboli presenti nel testo sono quelli originali. La freccia [<=] indica che nell'enciclopedia è presente quel lemma.
L'autore è Vladimiro Giacché [v.g.].

I valori personali - Magritte (1952)
“Dato che una religione che perdona spietatamente ha dato agli uomini la virtù come punizione per i loro vizi, gli imbecilli che governano il mondo hanno avuto l’idea di consacrare la morale come un bene di diritto. E ora la morale infuria contro l’umanità”: così Kraus. Si tratta di un giudizio che implica “valori”  [# 1, # 2,?] quali umanità, e altri concetti virtuosi quali morale [<=], diritto [<=], religione, virtù, ecc.
In cosa consiste l’inganno? Innanzitutto nel fatto di coprire, dietro il paravento di valori altisonanti ed astratti, prassi concrete mosse da ben altri (e ben più bassi) fini. L’esempio più recente è quello della “guerra umanitaria”. In questo senso i “valo­ri” (a partire dalla famigerata triade “Dio, Patria, Famiglia”) altro non sono che una mistificazione, ossia un mezzo per coprire una prassi reale che non di rado è non solo diversa, ma di segno addirittura opposto a quanto si va predicando. La saggezza popolare ha affidato a proverbi quali “predicare bene e razzolare male” la sanzione di questi comportamenti; ed esiste una folta letteratura, ad esempio, sui vizi dei monaci e dei preti, direttamente proporzionali al loro richiamo ipocrita ai valori ed alle virtù (per La Rochefoucauld “l’ipocrisia” era per l’appunto “il prezzo che il vizio paga alla virtù”: cosicché spesso alla virtù predicata finiscono per corrispondere vizi reali).
Ma l’inganno non consiste solo in questo: se così fosse, infatti, dovrem­mo ammettere che esista (o possa esistere) una prassi realmente ispirata all’“umanità”, alla “bontà”, alla “giu­stizia”, ecc. Il punto, però, è che questo è impossibile. Per il semplice motivo che – e qui sta il secondo inganno – che questi presunti “valori” assoluti (eterni, di significato univoco, validi per tutti i tempi e per tutti i luoghi) non esistono. I valori ai quali gli esseri umani ispirano la loro azione, infatti, nascono dalla concretezza della loro condizione storica, a partire dalle modalità con le quali avviene la loro riproduzione materiale; e andrà semmai ricordato che, sulla concretezza della condizione storica attuale e dei vigenti rapporti sociali, si innesta inoltre la tradizione, che rappresenta per lo più il precipitato di bisogni e relazioni sociali corrispondenti a precedenti epoche della riproduzione materiale.
“Valori” allo stato puro, insomma, non esistono da nessuna parte: i valori sono in perenne mutamento ed evoluzione – oltreché, sempre più spesso, in contraddizione tra loro anche nella stessa persona (così, la stessa persona può essere solidale nei confronti dei parenti più stretti e terribilmente egoista nei rapporti di lavoro: ma anche questo non si deve a un qualche astratto e fatale “politei­smo dei valori”, ma alle concrete condizioni di vita ed alla diversità e contraddittorietà dei ruoli sociali che convivono in una stessa persona).
Il mutamento e l’evoluzione dei va­lori, così come il loro contraddittorio presentarsi, sono funzione della vita materiale degli uomini e degli interessi che in essa si manifestano e si scontrano. Già, perché questi interessi non sono comuni a tutti: l’inte­resse dei lavoratori non coincide – non può coincidere – con l’interesse dei padroni. E quindi i valori degli uni non coincidono – non possono coincidere – con i valori degli altri. Ma, si dirà, e l’interesse alla conservazione della vita della specie e della stessa vita sul pianeta – oggi essi stessi minacciati dal “valore” del capitale [<=] (ossia dall’incoercibile tendenza del capitale a valorizzarsi, ad accrescere la propria massa a scapito di tutto e di tutti)? Non dovrebbero, questi interessi, accomunare tutti? Nei fatti vediamo che così non è: vediamo che la riduzione dei gas inquinanti (provatamente letali per il pianeta) viene impedita; vediamo che l’energia atomica viene riproposta come necessaria, perché “l’economia non può fermarsi” [Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2001]. Questo perché la classe [<=] capitalistica, la classe che incarna la tendenza del capitale ad autovalorizzarsi, concepisce questa tendenza come il “valore” supremo. E oggi riesce addirittura a convincere le classi subalterne che questo “valore” è anche il loro valore, che i suoi interessi di classe sono anche i loro interessi di classe. Ovviamente, questo ragionamento può essere e deve essere rovesciato: sono gli interessi delle classi subalterne ad esprimere gli interessi del­l’umanità, a cominciare dal fatto che solo il perseguimento e la vittoria degli interessi delle classi subalterne appare in grado (oggi più che mai) di impedire “la comune rovina delle classi in lotta”. Non però nel senso – lo ripetiamo – che gli interessi delle diverse classi immediatamente coincidano: semplicemente, l’abolizione dello sfruttamento e della proprietà [<=] privata dei mezzi di produzione è la condizione necessaria per evitare la rovina comune. In tutto questo, i valori dove restano?
I valori restano ... indietro. Nel senso che tengono dietro agli interessi (di classe) e da essi sono plasmati, guidati, utilizzati. Dobbiamo, insomma, operare una sorta di rovesciamento, per rimettere nel giusto ordine le immagini capovolte dalla camera oscura dell’ideologia. I valori (storicamente e socialmente determinati) sono il mezzo, gli interessi (socialmente e storicamente determinati) rappresentano il fine dell’azione sociale. Si noti bene: questa natura di mezzo dei valori riguarda anche quello che probabilmente è l’unico “valore” correttamente attribuibile alle classi subalterne nella loro lotta per l’emancipazione: il valore della “solidarietà”. Che nell’accezione autentica del movimento operaio comunista non ha nulla a che fare con la “solidarietà” di cui parla il cosiddetto pensiero sociale della Chiesa (ossia il solidarismo, la caritatevole mano tesa verso “i deboli”, verso “chi resta indietro” ecc.): la “solidarietà”, dicono le parole di una delle più belle canzoni del movimento comunista [il Canto della solidarietà di Brecht-Eisler], è invece semplicemente ciò “in cui risiede la nostra forza”, ossia l’unione fra eguali per conseguire un obiettivo comune.
Se questo è vero, è chiaro che la fuga nei valori, il riferimento sempre più ossessivo ed inflazionato ai valori, culminato nel nostro Paese nella presentazione alle ultime elezioni addirittura di una lista denominata “l’I­talia dei Valori”, rappresenta un aspetto fortemente regressivo dell’at­tuale situazione sociale e politica. Per diversi motivi.
1) Perché rappresenta un’accetta­zione del rovesciamento della gerarchia reale tra bisogni/interessi e valori: se questi ultimi altro non sono, nella realtà, che modi di concepire e di conseguire quegli interessi, il rovesciamento ideologico li ipostatizza e ne fa degli “apriori” assoluti.
2) Perché rappresenta una fuga nel­l’astrattezza di valori (assoluti, astorici, universali) che hanno perduto (in questa visione mistificata) ogni concreto referente reale, nella prassi delle relazioni e dei conflitti sociali.  
In questa dimensione mistificata – nella migliore delle ipotesi (ossia nel caso che essa non sia frutto di malafede) – ci si muove in tondo: ricevendo conferma della propria bontà (ad esempio nei confronti delle popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo, concepite come “gli ultimi”, “i deboli”, “i bisognosi” – e non, come sarebbe giusto, come popoli sfruttati da ben individuabili meccanismi economici, in conformità a ben precisi interessi di classe) proprio dalle proprie sconfitte e dall’inevitabile inanità dei propri sforzi.
3) Perché rappresenta un ulteriore gradino nella scala discendente che dalla coscienza di classe [<=] e dalla solidarietà praticata (sovente in maniera spontanea) tra i lavoratori aveva condotto all’ipostasi della “missione del proletariato”. Ed effettivamente, dal­la missione all’apostolato, e da questo alle opere di carità il passo non è affatto lungo ... Per dirla nei termini del (desolante) dibattito a-sinistra, questo e non altro è il significato del­la transizione dal “militante-missio­nario” al “volontario” (dove il minimo che si possa dire è che il rimedio è assai peggiore del male ...).
Rispetto alle elucubrazioni di questi teologi di ritorno, ben altra lucidità è dato riscontrare, come è ovvio, tra i funzionari del capitale: che sono addirittura in grado di liquidare il tema dei valori in due battute.
Come faceva, in un recente articolo dedicato ai “fondi etici di investimento”, la “responsabile del bilancio socio-ambientale” [sic!] di una delle principali società italiane: ossia dichiarando che “non si può creare va­lore senza valori” [Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2001].
I valori sono indispensabili ... in quanto servono all’autovalorizzazio­ne del capitale. Che, come volevasi dimostrare, è il Valore supremo. E in questo caso – ma solo in questo – la maiuscola ci sta proprio bene. Anche l’analisi del linguaggio [<=] ci permette di ripercorrere nelle parole la direzione del movimento reale. Già Marx ricordava – nelle  sue Glosse a Wagner – che il termine di “valore” (Wert) in origine designava le “cose utili” intese come “valori d’uso”. L’i­deo­logo pragmatista americano William James, un secolo fa, parlava di “valore in contanti” delle idee, oggi possiamo parlarne anche per la Morale e Dio, da cercare sulla pagina delle quotazioni di borsa.
[v.g.]